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	<title>Commenti a: Serge Latouche a Udine</title>
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	<description>Acquisti solidali a Pordenone</description>
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		<title>Di: Ruggero Da Ros</title>
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		<dc:creator>Ruggero Da Ros</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 16:13:15 +0000</pubDate>
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		<description>«Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Costruire una società eco-socialista più giusta e più democratica è possibile, ma finché Berlusconi ha il 60% dei consensi direi che gli italiani non la vogliono di sicuro». 

Parola di Serge Latouche. Economista e filosofo francese (è anche professore di storia economica all’Università Jean Monnet di Parigi), viene considerato il profeta della decrescita, nemico giurato della «teologia del Pil».

-------------------------------------------------------

Sempre molto interessati le sue teorie e le sue idee.
Leggete questa bella intervista del Messaggero Veneto.
Ruggero Da Ros

--------------------------------------------
«Serve un&#039;economia della felicità»

Intervista al filosofo Serge Latouche, presente a Osoppo mercoledì 9 luglio 09.

Messaggero Veneto — 04 luglio 2009 pag 13 

OSOPPO. Abbandonare «la società della crescita finalizzata alla crescita», diminuendo gli orari di lavoro e fermando la follia della corsa ai consumi e dell’“usa e getta” per ritrovare invece la gioia di vivere e una nuova forma di benessere. Ecco perché la crisi economica può essere anche un’opportunità. Un nuovo mondo insomma è possibile: basta volerlo. 

Parola di Serge Latouche. Lo abbiamo intervistato: 

Economia, crescita produttiva e sviluppo uguale benessere. Professore, lei ha messo in discussione questo sillogismo introducendo il concetto di decrescita. La diminuzione del Pil (prodotto interno lordo) non deve preoccuparci? 

«Il fatto che il Pil ora cali è una tragedia, non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita, ma penso che una società finalizzata a una crescita continua, fine a se stessa, porti alla catastrofe. E la nostra è diventata una società della crescita per la crescita. Io invece ritengo sia necessario uscire da questa sorta di religione della crescita. Per questo mi piace parlare di “acrescita”. Sono un agnostico della crescita perché la qualità dell’aria e dell’acqua sono indispensabili per la felicità. Mentre la società della crescita è destinata a distruggere queste cose e con esse il pianeta intero. Per questo, dobbiamo pensare a una società più sobria e sostenibile. E la crisi economica in tale senso può essere un’opportunità per mettere in discussione il modello economico». 

Lei sostiene che vivere con meno è facile. Persino divertente...

«La prima cosa da far decrescere sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità». 

Scegliendo la decrescita, secondo lei non torneremo all’età della pietra, ma solo a quarant’anni fa. È lì che sono iniziati i problemi? 

«Oggi consumiamo le risorse equivalenti a tre pianeti. Se vivessimo come gli americani ce ne servirebbero 6 di pianeti per poter mantenere lo stesso consumo nel tempo. Vivendo come quarant’anni fa, invece, il consumo sarebbe sostenibile». 

Sempre quarant’anni fa lei è andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Ci può raccontare questa esperi enza? È in quella circostanza che ha maturato un’idea diversa di benessere? 

«Ho vissuto in Africa dal 1964 al ’66. Sono andato nello Zaire ed ero uno s viluppista , un economista tradizionale insomma. Volevamo redimere il continente dalla sua arretratezza. Ma sono rimasto affascinato dai popoli africani e ho studiato quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. Poi sono stato in Laos e lì, immerso in una società che sembra fuori dal tempo, la contraddizione mi è apparsa ancora più chiara. Ho capito che quella che rischiava di essere distrutta era una società felice». 

Il vero problema è la crescita o il consumismo che sfocia nell’ usa e getta ? 

«Sono due facce della stessa medaglia. La crescita fine a se stessa deve giustificare la sovra-produzione e così si arriva alla follia del consumismo usa e getta. Ci convincono con la pubblicità ad acquistare prodotti di cui non avremmo bisogno. Ogni anno buttiamo milioni di telefonini che contengono metalli preziosi come il coltan per il quale in Congo si combatte una guerra civile. E il mercato offre sempre più prodotti “a scadenza”. Quello che non è più di moda si butta. Alimentando anche la produzione di rifiuti». 

Differenziare non basta? 

«È senz’altro positivo, ma il miglior rifiuto è quello non prodotto». 

Ma lo sviluppo è necessariamente connesso allo spreco? Non può esistere uno sviluppo sostenibile e etico? 

«Lo sviluppo non è sostenibile perché è fondato sulla crescita. Una crescita che non è finalizzata a soddisfare i bisogni, ma a crescere per far crescere all’infinito la produzione e i consumi con la conseguenza che a crescere sono i rifiuti e l’inquinamento. E il pianeta rischia di essere distrutto». 

Lei parla della necessità di costruire una società eco-socialista più giusta e più democratica. Qual è la strada? 

«Teoricamente è possibile, ma - come hanno detto al social forum di Porto Alegre - un altro mondo possibile se lo vogliamo. Quella è la prima condizione. E finché Berlusconi ha il 60% dei consensi direi che gli italiani non lo vogliono di sicuro». 

Cristian Rigo 


------------------------------
ALTRO di Latouche:


la teoria della ‘distruzione creatrice’ di Joseph A. Schumpeter :

Tale teoria prevede la necessità per il capitalismo di distruggere in continuazione i prodotti vecchi per poterne produrre di nuovi, far aumentare il PIL e continuare ad avanzare.

Ormai tutto è usa e getta e le conseguenze sono l’utilizzo sempre più sfrenato delle risorse naturali, l’aumento dei rifiuti e delle merci ‘inutili’ e, appunto, la perdita del ‘saper fare’.

Ora vorrei scongiurare il rischio di fraintendimenti, la proposta alternativa
non è certo un ritorno al passato, ma nemmeno una fuga da esso. In fondo ne
siamo i figli e dovremmo trarne delle lezioni anche per il futuro, in modo che sia
più consapevole e più umano. Non dovremmo quindi tornare indietro, ma andare
avanti imparando da esso: ‘salire sulle spalle dei giganti’. 

Il nuovo non necessariamente deve sostituire il vecchio, ma può anche semplicemente
perfezionarlo; potremmo “riscoprire stili di vita del passato, […]

------------------

Potremmo aggiungere che oltre ad essere ‘schiavi’ del mercato, ne siamo
anche ‘drogati’, in quanto esso ‘colonizza’ l’intera società e le nostre stesse teste
fin dalla tenera età e quindi siamo intimamente e inconsciamente convinti che non
ci siano alternative; siamo allo stesso tempo carnefici (dell’ambiente) e vittime
(del mercato e dell’economia che hanno invaso la sfera della società, della politica
e della cultura). 

In fondo la storia dell’umanità e la vita di un uomo sono
paragonabili tra loro e, metaforicamente, sono rappresentabili con un albero, i cui
rami indicano l’insieme delle scelte che si hanno: all’inizio si hanno tantissimi
rami (strade) da imboccare ma, man mano che si avanza, ce ne sono sempre di
meno, finché la scelta diventa obbligata…

… la nostra è la civiltà del progresso per eccellenza e tutto ciò che è vecchio va gettato, 
abbandonato o dimenticato, sia a livello culturale che a livello economico e di consumo.
“L’innovazione diventa un valore in sé”. 

Significativa a questo proposito può essere la teoria della ‘distruzione creatrice’ di Joseph A. Schumpeter12. Tale teoria prevede la necessità per il capitalismo di distruggere in continuazione i prodotti vecchi per poterne produrre di nuovi, far aumentare il PIL e continuare ad
avanzare. E’ per questo che è ormai quasi impossibile trovare oggetti che possano
essere riparati in caso di danneggiamento. 

Ormai tutto è usa e getta e le conseguenze sono l’utilizzo sempre più sfrenato delle risorse naturali, l’aumento dei rifiuti e delle merci ‘inutili’ e, appunto, la perdita del ‘saper fare’. Pensiamo
semplicemente a quante volte siamo costretti a chiamare dei tecnici a casa nostra
per una riparazione che li impiega per cinque minuti e ci costa decine di euro. Ma
questa è solo una malintesa concezione del progresso, che comporta, tra le altre
cose, una grave perdita culturale e un ’disvalore’, secondo la definizione di Ivan
Illich1.

Ora vorrei scongiurare il rischio di fraintendimenti, la proposta alternativa
non è certo un ritorno al passato, ma nemmeno una fuga da esso. In fondo ne
siamo i figli e dovremmo trarne delle lezioni anche per il futuro, in modo che sia
più consapevole e più umano. Non dovremmo quindi tornare indietro, ma andare
avanti imparando da esso: ‘salire sulle spalle dei giganti’. 

Il nuovo non necessariamente deve sostituire il vecchio, ma può anche semplicemente
perfezionarlo; potremmo “riscoprire stili di vita del passato, […] che hanno
prospettive di futuro più ampie degli stili di vita moderni che li hanno sostituiti,
non solo nei settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori
tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell’umanità, come quello
energetico” (cfr. capitolo 3)14. A questo proposito, dovremmo prendere come
esempio in fatto di ‘sostenibilità’ le civiltà preindustriali, le quali erano
consapevoli di doversi attenere ai limiti imposti dalla natura, per la sopravvivenza
loro e dei loro discendenti, (una sorta di ‘diritti delle generazioni future’…</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>«Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Costruire una società eco-socialista più giusta e più democratica è possibile, ma finché Berlusconi ha il 60% dei consensi direi che gli italiani non la vogliono di sicuro». </p>
<p>Parola di Serge Latouche. Economista e filosofo francese (è anche professore di storia economica all’Università Jean Monnet di Parigi), viene considerato il profeta della decrescita, nemico giurato della «teologia del Pil».</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Sempre molto interessati le sue teorie e le sue idee.<br />
Leggete questa bella intervista del Messaggero Veneto.<br />
Ruggero Da Ros</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
«Serve un&#8217;economia della felicità»</p>
<p>Intervista al filosofo Serge Latouche, presente a Osoppo mercoledì 9 luglio 09.</p>
<p>Messaggero Veneto — 04 luglio 2009 pag 13 </p>
<p>OSOPPO. Abbandonare «la società della crescita finalizzata alla crescita», diminuendo gli orari di lavoro e fermando la follia della corsa ai consumi e dell’“usa e getta” per ritrovare invece la gioia di vivere e una nuova forma di benessere. Ecco perché la crisi economica può essere anche un’opportunità. Un nuovo mondo insomma è possibile: basta volerlo. </p>
<p>Parola di Serge Latouche. Lo abbiamo intervistato: </p>
<p>Economia, crescita produttiva e sviluppo uguale benessere. Professore, lei ha messo in discussione questo sillogismo introducendo il concetto di decrescita. La diminuzione del Pil (prodotto interno lordo) non deve preoccuparci? </p>
<p>«Il fatto che il Pil ora cali è una tragedia, non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita, ma penso che una società finalizzata a una crescita continua, fine a se stessa, porti alla catastrofe. E la nostra è diventata una società della crescita per la crescita. Io invece ritengo sia necessario uscire da questa sorta di religione della crescita. Per questo mi piace parlare di “acrescita”. Sono un agnostico della crescita perché la qualità dell’aria e dell’acqua sono indispensabili per la felicità. Mentre la società della crescita è destinata a distruggere queste cose e con esse il pianeta intero. Per questo, dobbiamo pensare a una società più sobria e sostenibile. E la crisi economica in tale senso può essere un’opportunità per mettere in discussione il modello economico». </p>
<p>Lei sostiene che vivere con meno è facile. Persino divertente&#8230;</p>
<p>«La prima cosa da far decrescere sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità». </p>
<p>Scegliendo la decrescita, secondo lei non torneremo all’età della pietra, ma solo a quarant’anni fa. È lì che sono iniziati i problemi? </p>
<p>«Oggi consumiamo le risorse equivalenti a tre pianeti. Se vivessimo come gli americani ce ne servirebbero 6 di pianeti per poter mantenere lo stesso consumo nel tempo. Vivendo come quarant’anni fa, invece, il consumo sarebbe sostenibile». </p>
<p>Sempre quarant’anni fa lei è andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Ci può raccontare questa esperi enza? È in quella circostanza che ha maturato un’idea diversa di benessere? </p>
<p>«Ho vissuto in Africa dal 1964 al ’66. Sono andato nello Zaire ed ero uno s viluppista , un economista tradizionale insomma. Volevamo redimere il continente dalla sua arretratezza. Ma sono rimasto affascinato dai popoli africani e ho studiato quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. Poi sono stato in Laos e lì, immerso in una società che sembra fuori dal tempo, la contraddizione mi è apparsa ancora più chiara. Ho capito che quella che rischiava di essere distrutta era una società felice». </p>
<p>Il vero problema è la crescita o il consumismo che sfocia nell’ usa e getta ? </p>
<p>«Sono due facce della stessa medaglia. La crescita fine a se stessa deve giustificare la sovra-produzione e così si arriva alla follia del consumismo usa e getta. Ci convincono con la pubblicità ad acquistare prodotti di cui non avremmo bisogno. Ogni anno buttiamo milioni di telefonini che contengono metalli preziosi come il coltan per il quale in Congo si combatte una guerra civile. E il mercato offre sempre più prodotti “a scadenza”. Quello che non è più di moda si butta. Alimentando anche la produzione di rifiuti». </p>
<p>Differenziare non basta? </p>
<p>«È senz’altro positivo, ma il miglior rifiuto è quello non prodotto». </p>
<p>Ma lo sviluppo è necessariamente connesso allo spreco? Non può esistere uno sviluppo sostenibile e etico? </p>
<p>«Lo sviluppo non è sostenibile perché è fondato sulla crescita. Una crescita che non è finalizzata a soddisfare i bisogni, ma a crescere per far crescere all’infinito la produzione e i consumi con la conseguenza che a crescere sono i rifiuti e l’inquinamento. E il pianeta rischia di essere distrutto». </p>
<p>Lei parla della necessità di costruire una società eco-socialista più giusta e più democratica. Qual è la strada? </p>
<p>«Teoricamente è possibile, ma &#8211; come hanno detto al social forum di Porto Alegre &#8211; un altro mondo possibile se lo vogliamo. Quella è la prima condizione. E finché Berlusconi ha il 60% dei consensi direi che gli italiani non lo vogliono di sicuro». </p>
<p>Cristian Rigo </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
ALTRO di Latouche:</p>
<p>la teoria della ‘distruzione creatrice’ di Joseph A. Schumpeter :</p>
<p>Tale teoria prevede la necessità per il capitalismo di distruggere in continuazione i prodotti vecchi per poterne produrre di nuovi, far aumentare il PIL e continuare ad avanzare.</p>
<p>Ormai tutto è usa e getta e le conseguenze sono l’utilizzo sempre più sfrenato delle risorse naturali, l’aumento dei rifiuti e delle merci ‘inutili’ e, appunto, la perdita del ‘saper fare’.</p>
<p>Ora vorrei scongiurare il rischio di fraintendimenti, la proposta alternativa<br />
non è certo un ritorno al passato, ma nemmeno una fuga da esso. In fondo ne<br />
siamo i figli e dovremmo trarne delle lezioni anche per il futuro, in modo che sia<br />
più consapevole e più umano. Non dovremmo quindi tornare indietro, ma andare<br />
avanti imparando da esso: ‘salire sulle spalle dei giganti’. </p>
<p>Il nuovo non necessariamente deve sostituire il vecchio, ma può anche semplicemente<br />
perfezionarlo; potremmo “riscoprire stili di vita del passato, […]</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Potremmo aggiungere che oltre ad essere ‘schiavi’ del mercato, ne siamo<br />
anche ‘drogati’, in quanto esso ‘colonizza’ l’intera società e le nostre stesse teste<br />
fin dalla tenera età e quindi siamo intimamente e inconsciamente convinti che non<br />
ci siano alternative; siamo allo stesso tempo carnefici (dell’ambiente) e vittime<br />
(del mercato e dell’economia che hanno invaso la sfera della società, della politica<br />
e della cultura). </p>
<p>In fondo la storia dell’umanità e la vita di un uomo sono<br />
paragonabili tra loro e, metaforicamente, sono rappresentabili con un albero, i cui<br />
rami indicano l’insieme delle scelte che si hanno: all’inizio si hanno tantissimi<br />
rami (strade) da imboccare ma, man mano che si avanza, ce ne sono sempre di<br />
meno, finché la scelta diventa obbligata…</p>
<p>… la nostra è la civiltà del progresso per eccellenza e tutto ciò che è vecchio va gettato,<br />
abbandonato o dimenticato, sia a livello culturale che a livello economico e di consumo.<br />
“L’innovazione diventa un valore in sé”. </p>
<p>Significativa a questo proposito può essere la teoria della ‘distruzione creatrice’ di Joseph A. Schumpeter12. Tale teoria prevede la necessità per il capitalismo di distruggere in continuazione i prodotti vecchi per poterne produrre di nuovi, far aumentare il PIL e continuare ad<br />
avanzare. E’ per questo che è ormai quasi impossibile trovare oggetti che possano<br />
essere riparati in caso di danneggiamento. </p>
<p>Ormai tutto è usa e getta e le conseguenze sono l’utilizzo sempre più sfrenato delle risorse naturali, l’aumento dei rifiuti e delle merci ‘inutili’ e, appunto, la perdita del ‘saper fare’. Pensiamo<br />
semplicemente a quante volte siamo costretti a chiamare dei tecnici a casa nostra<br />
per una riparazione che li impiega per cinque minuti e ci costa decine di euro. Ma<br />
questa è solo una malintesa concezione del progresso, che comporta, tra le altre<br />
cose, una grave perdita culturale e un ’disvalore’, secondo la definizione di Ivan<br />
Illich1.</p>
<p>Ora vorrei scongiurare il rischio di fraintendimenti, la proposta alternativa<br />
non è certo un ritorno al passato, ma nemmeno una fuga da esso. In fondo ne<br />
siamo i figli e dovremmo trarne delle lezioni anche per il futuro, in modo che sia<br />
più consapevole e più umano. Non dovremmo quindi tornare indietro, ma andare<br />
avanti imparando da esso: ‘salire sulle spalle dei giganti’. </p>
<p>Il nuovo non necessariamente deve sostituire il vecchio, ma può anche semplicemente<br />
perfezionarlo; potremmo “riscoprire stili di vita del passato, […] che hanno<br />
prospettive di futuro più ampie degli stili di vita moderni che li hanno sostituiti,<br />
non solo nei settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori<br />
tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell’umanità, come quello<br />
energetico” (cfr. capitolo 3)14. A questo proposito, dovremmo prendere come<br />
esempio in fatto di ‘sostenibilità’ le civiltà preindustriali, le quali erano<br />
consapevoli di doversi attenere ai limiti imposti dalla natura, per la sopravvivenza<br />
loro e dei loro discendenti, (una sorta di ‘diritti delle generazioni future’…</p>
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